giovedì 26 marzo 2015

La storia del Cavallino Rampante della Scuderia Ferrari





La storia del Cavallino Rampante della Scuderia Ferrari è singolare e affascinante: il cavallino era infatti dipinto sulla carlinga del caccia di Francesco Baracca il famoso eroe  dell' aviazione italiana.



 
Nel 1923 un'incontro è all'origine di questo mitico simbolo.

Enzo Ferrari ricordò così quell'incontro: "Quando nel 1923  vinsi il primo circuito del Savio che si correva a Ravenna, conobbi il Conte Enrico Baracca e in seguito la Contessa Paolina, genitori dell'eroe. Fu la Contessa che un giorno mi disse: «Ferrari, perché non mette sulle sue macchine il cavallino rampante di mio figlio? Le porterà fortuna.» Conservo ancora la fotografia dell'aviatore con la dedica dei genitori in cui mi affidano l'emblema del cavallino. Il cavallino era e rimarrà nero; io aggiunsi il fondo giallo canarino che è il colore della città di Modena."



Fin dal 1929 l'emblema della Scuderia appare sulle pubblicazioni, e i documenti della Società, ma non sulle vetture che riportano un quadrifoglio verde in un triangolo bianco, simbolo sportivo dell'Alfa Romeo



La prima apparizione del Cavallino della Ferrari avviene il 9 luglio 1932 alla "24 Ore di Spa" quando la gara viene vinta proprio dalla vettura di Taruffi e D'Ippolito seguita da quella di Siena e Brivio.

Dopo quella vittoria lo scudetto ha contrassegnato tutte le partecipazioni ufficiali della Scuderia Ferrari negli anni Trenta fino al momento in cui ad essa subentra il reparto speciale "Alfa Corse", diretto da Enzo Ferrari, ma gestito dalla Casa milanese Alfa Romeo.

La nascita dell'Azienda Ferrari comporta anche la creazione di un nuovo marchio, questa volta rettangolare che apparirà su tutte le vetture costruite a Maranello.

La prima vettura è la 125 durante il debutto della Scuderia in gara, sul circuito di Piacenza l'11 maggio 1947.  
Disegnato dall'Ufficio Tecnico della Ferrari e realizzato dalle Ditte Castelli e Gerosa di Milano e Cristiglio di Bologna, rimane inalterato fino al 1950.


Per distinguere le vetture ufficiali da quelle dei clienti che si cimentano in gara, Enzo Ferrari nel 1952 decide di ripristinare il distintivo della vecchia Scuderia Ferrari, rimodernato nella forma: il debutto avviene il 16 marzo al Gran Premio di Siracusa, sulle 500 F2 di Ascari, Taruffi, Farina e Villoresi. 
E' un trionfo,  Ascari, Taruffi e Farina occupano le prime tre posizioni. 


Nello stesso anno Ascari, sempre con una 500 F2, vince il "Campionato del Mondo piloti", il primo dei 25 titoli della Ferrari. 
Da allora, questo simbolo viene  sempre applicato, tranne sporadiche eccezioni, nella sua forma convenzionale mai più cambiata su tutte le vetture Ferrari di qualsiasi categoria.


Dal 1953 al 1961 viene applicato alle vetture disegnate dalla Pininfarina un marchio riproducente le iniziali dei nomi Ferrari e Farina secondo le lettere dell'alfabeto marinaro. 
Il rombo rosso sul campo bianco simbolizza la lettera F che per il designer viene sostituita dalla lettera P (rettangolo bianco in campo blu) quando il cognome Farina diventa Pininfarina. 
Il marchio viene abbandonato nel 1964, ma attualmente è usato su tutte le vetture.

Il cavallino come fregio della maschera del radiatore appare nel 1959. 


Prodotto dal torinese Cerrato per le vetture carrozzate da Pininfarina e dall'incisore Incerti per le vetture Scaglietti, è ritagliato da lastre di ottone di 3 mm pantografato e cromato. Rimane inalterato fino al 1962 e ne esiste una versione speciale, seghettata e traforata a mano, utilizzata per qualche unità molto esclusiva e per le vetture destinate a mostre e saloni.

Fra il 1962 e il 1963 viene presentato il cavallino in rilievo, ma non piace e viene usato solo per un anno.

Un rifacimento del cavallino in rilievo viene riproposto nel 1963 ma anche questa volta è accolto tiepidamente. 
E' considerato superfluo perché sulla calandra delle vetture si è ormai consolidata l'applicazione della versione piatta. Ciononostante la qualità decorativa di questa versione viene presto apprezzata ed oggi viene ancora utilizzata su tutti i modelli.

Nel 1963 viene proposta  una nuova versione: cavallo piatto, pantografato su alluminio e lucidato a specchio, che viene introdotta nel 1964, montata fino al modello BB e ripresa poi nel 1984 e montata sui modelli Mondial, 328 GTB e GTS mentre un'identica versione anodizzata in nero figura sui primi modelli Testarossa e 348.

Nel 1982 la versione del cavallino del 1963 passa sull'anteriore delle vetture, sostituendo il modello pantografato piatto. 
Dal 1992, con precise codificazioni per l'anteriore e il posteriore, caratterizza l'intera gamma delle vetture Ferrari.

I marchi Ferrari attuali, cavallo nero di Francesco Baracca in sfondo giallo canarino, nelle versioni che distinguono la produzione industriale e l'attività tecnico-agonistica sono depositati.

Il Cavallino Rampante di Francesco Baracca








L'insegna personale di Francesco Baracca, che l'asso faceva dipingere sulla fiancata sinistra del proprio velivolo - sulla destra trovava posto quella della 91ª Squadriglia - era il famoso cavallino rampante, sulle cui origini e sul cui stesso colore esiste un piccolo mistero.


Ufficiale di cavalleria italiano (Lugo 1888 - Montello 1918), poi pilota da caccia, Francesco Baracca ebbe la Medaglia d'oro al valor militare. Nella prima guerra mondiale abbatté 34 aeroplani nemici in 63 combattimenti aerei. 
Fu abbattutto dalla fucileria austriaca.


Diversi indizi sembrano infatti indicare che il colore originario del cavallino fosse il rosso, tratto per inversione dallo stemma (che in un quarto reca appunto un cavallo d'argento in campo rosso) del 2º Reggimento cavalleria "Piemonte Reale" di cui l'asso romagnolo faceva parte, e che il più famoso colore nero sia stato invece adottato in segno di lutto solo dopo la morte di Baracca dai suoi compagni di squadriglia che rinunciarono alle proprie insegne personali.



Secondo un'altra tesi, il cavallino rampante di Francesco Baracca deriverebbe invece non dallo stemma del suddetto reggimento bensì da quello della città tedesca di Stoccarda. 
Gli aviatori di un tempo, infatti, venivano considerati "assi" solo dopo l'abbattimento del quinto aereo, di cui assumevano talvolta le insegne in onore del nemico sconfitto. 


Francesco Baracca, noto per la sua lealtà e il suo rispetto per l'avversario, avrebbe quindi fatto dipingere sulla carlinga del suo velivolo il cavallino rampante (già nero, secondo questa tesi) visto su quella del quinto aereo da lui abbattuto, un Aviatik (o, secondo altri, un Albatros B.II) tedesco probabilmente guidato da un aviatore di Stoccarda. 
Se così fosse, allora i cavallini (o meglio le giumente: Stuotengarten - da cui Stuttgart, il nome tedesco di Stoccarda cui l'arma parlante fa riferimento - in antico altotedesco significava "recinto delle giumente") che compaiono negli attuali stemmi della Ferrari e della Porsche (quest'ultimo derivato direttamente dallo stemma della città tedesca Stocca) avrebbero, benché leggermente diversi nella grafica, la medesima origine.








In ogni caso, qualche anno dopo il termine della prima guerra mondiale, nel 1923, la madre di Francesco Baracca diede ad Enzo Ferrari l'autorizzazione a utilizzare l'emblema usato da suo figlio, emblema che, modificato nella posizione della coda e nel colore dello sfondo, ora giallo in onore della città di Modena, ornò le vetture condotte dal pilota per la scuderia da corsa dell'Alfa Romeo e, più tardi, le vetture della ditta che Ferrari fondò subito dopo la seconda guerra mondiale: ancora oggi è il simbolo dell'omonima casa automobilistica. 


Meno conosciuto è il fatto che anche la Ducati utilizzò il cavallino rampante (pressoché identico a quello della Ferrari) sulle proprie moto dal 1956/57 al 1960/61. 


Il marchio fu scelto dal celebre progettista della Ducati Fabio Taglioni, che era nato a Lugo come Francesco Baracca.




venerdì 20 marzo 2015

Una scheda divertente sulle qualità e le competenze dei docenti !

 

 

1) Sorriso e empatia


Conquistare l'interesse dell' allievo strappandogli un sorriso per trasmettere più facilmente e più semplicemente la voglia di fare e di imparare.  Dopotutto, l’apprendimento passa proprio attraverso le emozioni, no?

2) Elasticità


Molti insegnanti di sostegno sanno bene che preparare la lezione é utile ma se l’alunno quel giorno è di luna storta, bisogna adattarsi al momento. 
Elasticità significa sapersi adattare al momento, abbandonare i progetti preposti e saper inventare piccole lezioni e attività improvvisate per suscitare l' interesse 
dell'allievo.

3) Discrezione


Sostenere e rispettare la personalità dell'allievo, aiutandolo discretamente ma efficacemente nel suo cammino scolastico.

4)  Capacità di collaborazione

Ancor più che in altri lavori, l’insegnante di sostegno deve saper collaborare e interagire positivamente con i colleghi ; è un aspetto importantissimo non solo nei confronti dell'allievo  ma anche per la sua propria “sopravvivenza”. 
Il docente di sostegno è in perenne compresenza con qualche altro insegnante e, se le cose non vanno bene, lavorare puo'diventare una sofferenza.

5) Conoscenza del computer come strumento compensativo


Sapere dove trovare giochi didattici, schede e attività on-line è un gran vantaggio nel lavorare con gli allievi che hanno bisogno di esercitarsi molto sulle stesse attività, soprattutto quando i libri scolari sembrano essere sempre più ristretti.

6) Conoscenza del proprio ruolo


Non confondere e dimenticare il ruolo dell'insegnante: aiutare tutti gli alli allievi, senza distinzione di livello.

7) Competenze e conoscenze teoriche


Lo studio e la preparazione di stampo sociologico, psicologico e pedagogico, sono fondamentali nell’insegnamento in generale, non solo per il sostegno. 
Non fidarsi dell “insegnante è bravo, ha tanta esperienza” perché l’esperienza senza preparazione può valere ben poco
Nel sostegno, poi, bisogna essere sempre pronti a studiare e ad imparare cose nuove: nuovi alunni assegnati, patologie mai incontrate, innovazioni interessanti nelle metodologie didattiche ecc.



Le labyrinthe détruit de la Catherale de Reims

 

Le labyrinthe de la cathédrale et le projet de restitution 

Histoire et description du labyrinthe

A l'image des cathédrales de Chartres et d'Amiens 
qui ont conservé leur labyrinthe, la Cathédrale 
de Reims possédait, jusqu'à la fin du XVIIIe siècle, 
un grand labyrinthe incrusté en marbre noir 
dans le dallage des troisième et quatrième 
travées de la nef.


Détruit en 1779 par un chapitre 
irrité de voir les enfants y jouer 
pendant les offices, ce labyrinthe 
est bien documenté grâce au 
dessin de Jacques Cellier 
(vers 1583-1587) 
et aux descriptions du chanoine 
Cocquault (vers 1640) et 
du journaliste Havé (1779).

Destiné à glorifier l'œuvre des 
architectes de la cathédrale, 
selon une référence très claire 
à la mythologie antique 
(Les Métamorphoses d'Ovide), 
il était, semble-t-il, parcouru 
à genoux par les fidèles 
désireux de gagner des 
indulgences.


Cet octogone, cantonné de  
quatre colonnettes
figurait le plan au sol d'un pilier et comportait  
cinq figures
La première, au 
centre, représentait 
peut-être 
le maître d'ouvrage, l'archevêque 
Aubry de Humbert

Aux angles apparaissaient les silhouettes 
de quatre des architectes de la 
Cathédrale en train d'exercer leur 
métier : le premier traçait un plan au sol 
avec une corde, le second tenait une 
équerre, le troisième l'index levé semblait 
diriger le chantier, le dernier traçait sur 
le sol un cercle avec un compas.
Des légendes en plomb, incrustées dans la 
dalle, permettaient d'identifier ces personnages : 
Jean d' Orbais, l'inventeur du plan de 
la Cathédrale,
qui dirige le chantier de 1220 à 1221,
Jean Le Loup, qui édifie les portails de 

la façade nord du transept vers 1219-1234,
Gaucher de Reims, actif de 1256 à 1263, 

qui commence la construction du massif 
occidental,
Bernard de Soissons, à qui l'on doit la 

grande rose, actif durant 35 ans.
 
Par ailleurs, deux autres effigies étaient placées 
à l'entrée du labyrinthe.

Le labyrinthe de la cathédrale de Reims a inspiré 
les graphistes qui ont conçu le logotype destiné à 
signaler les monuments classés au titre des 
Monuments historiques.



Cliquer pour ouvrir©Feng Hatat - 2 octobre 2009


Le projet Prisme 

L'association d'entreprises mécènes Prisme, 

dédiée au soutien de projets d'art contemporain 

à Reims (Le Luchrone 

d'Alain Le Boucher au Boulingrin, le cadran 

solaire de Christian Renonciat rue Gambetta

Le Canoë de Gilberto Zorio à la  

médiathèque Jean Falala) a proposé la 

reconstitution du labyrinthe de la 

Cathédrale de Reims, 

aujourd'hui disparu, en lieu et place du 

labyrinthe originel, entre quatre piliers 

de la nef.


La renaissance à l'identique du labyrinthe, 

dessiné sur la pierre au sol, posait 
de nombreuses difficultés techniques 
et administratives. 
Le choix a donc été fait d'une reconstitution 
réversible, à l'aide d'une projection 
lumineuse au sol. 
Le projet, qui a obtenu l'autorisation du 
Ministère de la Culture a été 
inauguré le 19 septembre 2009.



 Prisme a également prévu de réaliser 
un film de quelques minutes retraçant 
le déroulement du projet. 

Avec ce projet, l'Association,
poursuivant sa double vocation de 
soutien au patrimoine et à la 
création plastique contemporaine, 
s'attache à promouvoir auprès 
du public le plus large la mémoire 
d'un symbole de portée universelle.